FACIES

facies arte spazio tempo galleria ghetto Venezia facies arte spazio tempo galleria ghetto Venezia
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presentazione a cura di Emanuele Horodniceanu

10 novembre – 9 dicembre 2017
aperto da Martedì a Sabato
orario 10.30/13.00 – 15.30/18.00

per approfondimenti leggere il comunicato stampa

CARTOLINA-CONC-1-1

CARTOLINA-CONC-1-2

Quante facce ha l’uomo? Come quelle di un foglio, di un cubo, di un diamante? Molte, molte di più…come quelle di una sfera. Facce e maschere da indossare. Ossa, cartilagini, muscoli, pelle, un volto che prende forma e consistenza da quel piccolo morbido, fragile faccino che sbuca fuori dal buio del suo rifugio per lanciare il suo grido alla luce. Ed è terrore e gioia. Cresce, portando con sé entrambe le cose, con il naso, la bocca, gli occhi, le orecchie che si fanno più grandi per vedere e sentire, respirare e ingoiare meglio. E questa facciata mobile si fa strumento di comunicazione, dove scorrono i più diversi sentimenti. Già i greci, Aristotele in testa, s’industriavano a studiare nei tratti, nei lineamenti, nelle espressioni del volto, caratteri psicologici e morali. Fisiognomica si chiama, disciplina poco accettata, se non contestata nell’avanzar dei secoli, visto che ha portato a Lombroso e al suo Atlante delle facce criminali. Comunque sia, specchio dell’anima o meno, il volto racconta, esprime, manifesta, inganna. Quante facce ci sono? Un’infinità. Delle più diverse forme, espressive o meno, note e sconosciute, “civili” e “primitive”, chiare e scure, sulle quale l’arte ha avuto modo di sbizzarrirsi. Il volto ha acceso la curiosità di una selva di pittori e fotografi che si sono impossessati del soggetto con i più diversi modi, scopi e sentimenti sino a trasformarlo, riscriverlo, frantumarlo. Facies, l’aspetto che ci identifica, ci accompagna nella solitudine di uno specchio, nel dialogo con l’altro, nel cammino quotidiano fatto di volti che ti scorrono davanti agli occhi, sorridenti, pensierosi, dolorosi, sofferenti. Facce che scompaiono, che ritrovi, facce di ieri e di oggi, con le loro storie belle o brutte, da appendere nel salotto del tuo cuore, occhi che hanno visto e ti osservano mentre guardi lassù e laggiù, mentre scappi dai ricordi e t’incanti davanti ad un volto nuovo. E qui ce ne stanno undici…

Facies sono i mosaici di Doris Luger, tracce di ieri, luoghi, pensieri, ricordi, colori di un percorso ricostruito attorno all’occhio, lo sguardo di luce nel tondo della vita. Oculus per recuperare e riscrivere il passato, il gesto, l’emozione del fare e sentire la pittura, spezzando e raccogliendone i frammenti in un suggestivo viaggio à rebours. E scorrono davanti alle finestre del volto spezzoni di dipinti ricollocati e incastonati in un mondo caleidoscopico, a raccogliere e raccontare, nel circolare moto d’un globo, non sé, ma la storia di un’umanità, il suo cammino, le tracce, la sua memoria presente.

Colori e segni, l’accesa fisicità cromatica di un volto e la sua deformazione grafica… Le facies di Pino Zennaro Cicogna raccontano in formato ridotto di uno spazio pittorico libero di muoversi e reinventarsi tra figurazione e astrazione…Un territorio dinamico dove il percorso delle forme e dei segni, della vitalità pittorica e del graffitismo s’incontrano, si allontanano, si riaccostano. In questi piccoli tondi, Pino “restringe” pezzi della sua mobile pittura tra lo scattante colorismo di un vecchio, di una macumbeira e della splendida Frida e la sintesi grafica di mascheroni che paiono usciti da un teatro Kabuki.

Catturare un volto, farlo proprio, entrare in sintonia con i sentimenti che quel soggetto, uomo o donna sia, trasmette attraverso uno sguardo, un’espressione, un atteggiamento. Per un ritrattista, ma non solo, come Silvano Sartori, questo rito di osservazione e partecipazione é l’approccio necessario per tradurre su una tela il mistero di un volto, i sui moti, i pensieri, quell’interiorità che esce allo scoperto, più evidente o più nascosta. Un approccio realista, una solida tecnica, ma anche, e soprattutto, la messa in scena dell’emozione di un incontro, la scoperta dell’altro, attraverso il colore.

Il ritratto, il volto umano, non sono i suoi habitat naturali. Le sue facies sono i colori, la mobilità delle forme tradotte nei mutevoli luminosi moti dell’astrazione. Costretto nel tondo di un volto, trasloca e scarica il suo cromatismo sulle “Veneri nere”, femmine dai grandi occhi e dalle labbra carnose che ti fissano provocanti, aggressive, combattive. Con l’espressività quasi primitiva di murales, Franco Sergio Bianchi traccia su cartone ondulato gli essenziali ovali dei suoi volti, li cosparge, li macula, li accende di vivi colori esotici e si diverte muovendosi in un territorio non suo…

Facies di altri mondi, nascosti a Oriente o a Sud, tra foreste e villaggi, montagne e pianure, dove il contemporaneo si fa antico. Roberto Contin, fotografo viaggiatore incontra lungo il suo andare un’umanità altra, esente ancora (o quasi) da occidentali approcci, mostra la distanza da qui a lì…Volti, pelle di sole, di pioggia, di alberi, volti intagliati e disegnati, il bianco e nero per isolarli dal contesto “esotico”, per concentrarsi e fissare tra luce ed ombra solo un sguardo lontano. Immagini di uomini e donne, di ritmi fatti di terra che da e prende, di un’arcaica sacralità che sopravvive.

Di volti, intesi come maschere, se ne intende, non per nulla Davide De Pieri è un mascarer ma, quando lascia la cartapesta e si mette a dipingere, preferisce la geografia di un paesaggio a quella di un viso. Lui, con cristica passione, ha accettato la prova del volto, infilandosi nei tondi. Sono schizzi di autoritratti, ripresi, riscritti e storpiati con deciso gesto di colore o con la scarna essenzialità di un segno. La sofferenza di un Cristo di sangue e di cielo, l’orologio senza numeri che scandisce il silenzio di un tempo umano infinito. Quasi caricature accennate di un giovane pittore che traccia punti e linee di un messaggio Morse che si smarrisce nell’indifferenza.

Il selvaggio fanciullo che accompagna da anni il far pittorico di Mauro Boschin, si riversa anche sulle facies, portando all’estremo le sue fantasiose scomposte escursioni nel paesaggio. In quest’apocalisse del volto, qualunque idea di ritratto si dissolve, scompare in un vortice brutale di vaghi lineamenti e laceranti sporche pennellate che vanno ad aggredire l’ovale e il tondo…Faticano a stare racchiuse nella circonferenza le abbozzate creature di Mauro, la divertita rabbia del colore sauvage traccia percorsi imprevisti, incontrollati, si fa sogno o incubo. Fate un po’ voi… Alla colorata magica corte di Nikola Novakova approdano anche le maschere, rigogliose nei tondi di un Carnevale lagunare di primavera. Un cespo di cozze si fa parrucca da festa in maschera, serata di gala nell’isola d’acqua e colori. Nella fissità degli occhi di moretta dorata, re o regina, il sorgere di un sole di raggi che sono petali di fiore o gocce di cielo e di mare. E’ il mondo fantastico dell’artista, la sua visione a colori di ciò che la circonda, natura, esseri umani, oggetti, sguardo di meraviglia, di fiaba, tracce di memoria, la gioia del dipingere, di liberare la pittura in un mondo senza confini.

La sua laguna, Venezia, si fanno da parte. Emerge un volto a riempire la scena rotonda, la curiosità e libertà di dipingere seguendo vie diverse con il traguardo di una sintesi racchiusa nel gesto. Gianni D’Este Widmann nelle sue facies segue il suo far pittorico di sempre, usa il pennello seguendo vie più “classiche”, naturalistiche, con la morbidezza e pastosità dei colori o ricerca l’immediatezza della “pittura fresca”. La pittura “povera” dell’uomo con cappello su cartone e quella “ricca” dei ritratti, della malinconia o della felicità, di una linea rossa d’Africa e di tubetti e pennelli che vanno a celebrare il gioioso mestiere della pittura.

Dentro la sagoma di un volto che pare un continente, l’artista si specchia e si fa specchio, ripercorre i suoi viaggi, i tanti viaggi-vagabondaggi che compie da anni dentro la sua laguna, lungo le sue isole, i suoi pensieri. Navigante della pittura, Massimo Puppi si ritrae fotografo, fa dei tondi cornici dove far scorrere spezzoni di pittura: primitive canoe, i piccoli umani in marcia, i fari, le mappe mentali in un sereno disperato tentativo di fermare il tempo, di far del passato tesoro da conservare gelosamente. Pittura e fotografia, il percorso pittorico concettuale di Massimo che prosegue con le sue ansie e desideri…

A meno d’avere glaciali doti d’imperturbabilità e insensibilità agli eventi e ai sommovimenti, quel che ti appare davanti o ti scorre dentro non può che manifestarsi sul volto. Manifestazioni che, nelle mani di un creatore di maschere e pittore non possono che prendere le forme, fantasiose e smodate, di una commedia dell’arte. Lunari e stralunati tondi mascheroni che contengono furbizia e sorpresa, passione, sogno e paura… Con i suoi neri, grigi, bianchi e rossi, Sergio Boldrin da vita alle sue facies teatrali, grottesche esternazioni della tragicommedia umana sul mobile palcoscenico della vita.