Susan Cooper

PAST PROSPECTIVES

A cura di Jean Blanchaert

10 settembre – 3 ottobre 2026
da martedì a sabato, 10:00-13:00 / 14:00-18:00
opening: giovedì 10 settembre ore 17:30

Quarantasei anni fa, nel 1980, vivevo in Israele, in Galilea, nel kibbutz laico di Bar’am, e lavoravo nel pollaio. Due giorni alla settimana, uno dei miei colleghi era il professor Eli Ben Gal, direttore del Museo della Diaspora (Beit Hatfutsot) di Tel Aviv, una figura straordinaria.
Queste erano le realtà socialiste di Israele all’epoca: persino il più umile operaio del pollaio poteva diventare il direttore di un magnifico museo. Lavoro intellettuale e manuale combinati.
Il museo si distingueva per il suo approccio alla presentazione di 2500 anni di vita ebraica: non si basava su reperti originali, ma su ricostruzioni, modelli, fotografie, pannelli, film, proiezioni e installazioni audiovisive. Rappresentava una delle prime istituzioni museali interattive, un’istituzione visionaria ed eccezionalmente contemporanea, in gran parte attribuibile a Eli Ben Gal. Perché mi viene in mente ora?

Quando guardo il lavoro di Susan Cooper, mi vengono in mente i ventidue modelli in legno di sinagoghe esposti in un’ala del museo, che evocano la presenza ebraica in tutto il mondo. In “Past Prospectives”, Susan Cooper non si propone di ricostruire le sinagoghe in legno scomparse dal paesaggio europeo; piuttosto, ne facilita la perpetuazione in un’esistenza secondaria. Utilizza le loro forme come matrice. Edifici abitati per secoli da preghiera, rituali, lutti e celebrazioni vengono ridotti a contorni, frammentati, moltiplicati e ricomposti attraverso tessuti, disegni, dipinti e collage. L’artista descrive queste opere come “astrazioni di astrazioni di un mondo reale”, una definizione rivelatrice. La sinagoga si allontana progressivamente dalla sua identità architettonica, fino a diventare un motivo, una geometria, quasi un ornamento. Eppure, l’astrazione non cancella mai completamente la sua origine. I nomi Wysokie Mazowieckie, Vilna, Wolpa, Pinsk, Będzin e Grodno ancorano ogni composizione a una geografia precisa e a una storia bruscamente interrotta nel 1939. Il collage diventa più di una tecnica; è un modo di pensare a ciò che rimane. Cooper taglia, sovrappone, ripete e ricollega frammenti senza tentare di ricostruire un tutto che non può più essere ricomposto. Il passato non viene ricostruito; piuttosto, si manifesta attraverso le sue trasformazioni. La sinagoga sopravvive non come monumento, ma come forma capace di ricordare.

Jean Blanchaert

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